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Sansone...
Uno dei primi kamikaze |
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"
Uccidendosi, sterminò 3000 Filistei" |
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di Vittorio Di Giuro |

[...]
utilizzò la forza per abbattere i pilastri del tempio
[...]
Nel
libro dei Giudici (così chiamato perché riferisce gli eventi
connessi con i reggenti temporanei di Israele detti
"giudici") Libro dell'Antico Testamento si narra di Sansone,
il quale era il dodicesimo giudice delle tribù di Israele
(Giudici 13-16), figlio di Manoach e di Zorea, appartenente
alla tribù di Dan. Zorea era sterile, ma le apparve un
angelo che le promise un figlio comunicandole che sarebbe
stato un nazireo, ovvero una persona consacrata al servizio
di Dio. Secondo la tradizione, grazie alla straordinaria
forza fisica conferitagli dai capelli Sansone compì le sue
gesta, tra le quali l'uccisione a mani nude di un leone e il
massacro di mille filistei armato del solo scheletro di una
mascella d'asino. Venne tradito a Gaza da una filistea,
Dalila, che dopo averlo sedotto scoprì il segreto della sua
forza e gli tagliò i capelli nel sonno, consegnandolo ai
filistei che lo accecarono e lo resero schiavo. In seguito,
durante una festa, Sansone venne esibito in pubblico
(Giudici 16:23-30) ma, poiché nel frattempo gli erano
ricresciuti i capelli, utilizzò la sua forza per abbattere i
pilastri del tempio che crollò, travolgendo lui e i 3000
filistei presenti.
Il libro dei Giudici è diviso in tre sezioni, in cui vengono
narrati la conquista israelitica di Canaan cominciata con la
morte di Giosuè e gli episodi in cui i figli di Israele
furono più volte salvati da aggressioni straniere da un eroe
o un'eroina divenuti loro difensori. Questi salvatori, che
sono Otniel, Eud, Debora, Gedeone, Iefte e Sansone, non
vengono chiamati "giudici" nel testo, benché siano perlopiù
"salvatori" e "liberatori" e la maggior parte di essi si
presenti solo parzialmente come vero e proprio giudice.
Compaiono anche brevi riferimenti alle imprese dei sei eroi
minori e nella parte finale si raccontano la migrazione
della tribù di Dan e una guerra di diverse tribù contro
quella di Beniamino, cominciata con la violenza dei
beniaminiti alla concubina di un levita.
Il libro dei Giudici ha anche un grande valore storico come
fonte per determinare eventi e assetto sociale del periodo
intercorso tra la conquista israelitica di Canaan e l'epoca
di Samuele. È inoltre impreziosito dalla presenza di alcuni
notevoli frammenti letterari.
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Psicologia
del kamikaze |
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Massimo Polidoro |
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con la collaborazione di |
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Riccardo Tonani
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Il
guerriero suicida non nasce coi giapponesi, né col fondamentalismo
religioso. Dall'eroe che s'immola contro il nemico al terrorista che
porta con sé persone inermi. |

[...] I 300
spartani che morirono alle Termopoli (in una tela di Jacques
Luis David) si "suicidarono"; ritirata e prigionia non erano
previste nel loro codice d'onore [...]
Per
quanto possa sembrare strano a inventare la strategia
dei kamikaze (anche se allora non erano chiamati così) non
sono stati né i giapponesi né i fondamentalisti islamici. Il
suicidio militare ha radici antiche e diffuse in tutto il
mondo, non esclusa l'Italia. Il più antico guerriero suicida
di cui sia abbia notizia certa fu infatti un romano , il
console Decio Mure, che nella battaglia del Sentino ( 295
a.C.), contro una coalizione d'Etruschi, Galli e Sanniti, si
lanciò contro il nemico e si fece uccidere per trascinare
con se gli avversari e consentire una manovra diversiva ( e
vittoriosa) alle proprie truppe. Viceversa, durante la
rivolta nella Palestina nel i secolo d.C. le truppe romane
dovettero affrontare anche una fanatica e intransigente
setta ebraica, quella degli Zeloti. Durante l'assedio della
loro roccaforte, la fortezza di Masada, gli Zeloti si
sacrificarono fino all'ultimo uomo in attacchi suicidi
contro i legionari, per non essere ridotti in schiavitù. E
coloro che non riuscirono a morire in battaglia si uccisero
con le proprie mani.
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Soldati cane |
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di Massimo
Centini |
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[...] Pietro
Micca salvò Torino dall'assedio francese facendo saltare con
una mina la galleria d'accesso alla cittadella e morendo
egli stesso sotto il crollo [...]
Anche
nel mondo nordeuropeo cerano guerrieri suicidi. Tra i Celti
piccoli gruppi di combattenti, devoti alle divinità della
guerra, bevevano e si drogavano prima dello scontro armato,
per poi lanciarsi completamente nudi, dipinti di blu e
armati di una spada lunga, in attacchi suicidi contro le
prime file avversarie, tentando di sfondare lo schieramento.
Così, tra i Longobardi, cosiddetti "cinocefali", invasati dal
culto del dio Wotan, combattevano fino alla morte,
indossando una maschera col muso di cane. Anche nelle
pianure americane, tra i pellerossa, esistevano guerrieri
che seguivano un codice d'onore basato sul coraggio in
battaglia, fino all'estremo.
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Erano i dog soldiers ("soldati-cane"), delle tribù Sioux e
Cheyenne. Andavano in guerra con un palo, che piantavano sul
luogo e a cui si legavano con una lunga fascia; qui
rimanevano combattendo, fino alla vittoria o alla morte. Ma
gli esempi di sacrificio in battaglia non mancano in ogni
epoca. Per restare in Italia c'è l'esempio di Pietro Micca,
che nel 1706, durante la guerra di successione spagnola,
salvò Torino dall'assedio francese facendo saltare con una
mina la galleria d'accesso alla cittadella e morendo egli
stesso sotto il crollo. In questo caso però, come in altri
episodi d'eroismo, l'obiettivo di chi compie il gesto non è
il suicidio. Si sceglie la morte solo perché non ci sono
altre vie per difendere un principio superiore (la patria,
altre vite umane ed altro).
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Vento divino |
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[...]
Ai kamikaze giapponesi si diceva che le loro anime avrebbero trovato
posto nel tempio sacro di Yasukuni. [...]
Il
termine kamikaze (significa "vento divino") deriva
dai piloti giapponesi*
che, durante la seconda guerra mondiale, si sacrificarono
gettandosi con i loro aerei sugli obiettivi avversari. La
prima azione fu condotta il 5 luglio 1944 con 17 aerei
contro la Quinta flotta U.S.A.
L'esito per gli attaccanti fu disastroso: oltre metà degli
aerei abbattuti, gli altri costretti a rientrare. Il 15
ottobre 1944 il contrammiraglio Aima, comandante della XXVI^
flottiglia aerea di base a Manila, condusse da solo,
fallendo, un attacco suicida contro la task force 38. Il suo
esempio fu contagioso e decine di piloti giovane ed anziani
decollarono per non più tornare, suicidandosi nella lotta
contro la Terza e la Settima flotta americane che
assediavano le Filippine.

* Il termine deriva esattamente
dal nome del tifone che nel 1281 distrusse la flotta mongola
che tentava l'invasione del Giappone. Nella battaglia di Iwo
Jima, seconda guerra mondiale, combattuta sul fronte del
Pacifico nel febbraio-marzo del 1945 per il controllo
dell'isola di Iwo Jima, importante base strategica che
avrebbe fornito alle forze aeree statunitensi un punto
d'appoggio da cui attaccare il cuore del Giappone
industriale. Prima dell'invasione, avvenuta il 19 febbraio,
l'isola fu sottoposta a tre mesi di bombardamenti continui.
Il 23 febbraio i Marines occuparono il monte Suribachi, il
più alto dell'isola, postazione difensiva strategicamente
fondamentale. L'operazione si concluse il 16 marzo, dopo un
mese di combattimenti accaniti in cui persero la vita più di
6000 Marines statunitensi e circa 20.000 soldati giapponesi.
Nota a cura di
Vittorio Di Giuro
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è
disperazione, non follia! |
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lo dicono
gli esperti |
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è però nelle
tradizioni di violenza sacrificale nel Medio Oriente che
possiamo rinvenire le origini di alcune caratteristiche
presenti anche negli ultimi episodi di suicidio dei
fondamentalisti islamici. «è
una tradizione che precede la nascita dell'Islam» dice lo
studioso inglese di questioni medio-orientali James Buckan.
«Ha quattro caratteristiche: il rifiuto totale del mondo, il
disprezzo per la propria vita, una convinzione onnipotente
d'essere dei prescelti divini e una vistosa adorazione per
la spettacolarità». Questa tradizione raggiunse un picco nel
Medioevo, con la setta estremista e terrorista musulmana
degli Assassini (in arabo significa "dediti all'hashish").
Gli adepti obbedivano ciecamente al capo politico-religioso,
detto il Vecchio della Montagna. In cambio della promessa di
partecipare alle delizie dei giardini di Allah, questi
killer, inebriati anche da droghe, partivano per spedizioni
suicide.

Ma che cosa succede nella mente
di chi fa una scelta tanto folle come quella di distruggere
la propria vita e quella di decine, centinaia se non
addirittura, come nel caso degli attentati dell'11 settembre
a News York e Washington, migliaia di persone innocenti?
«Non si tratta d'individui mentalmente anormali, non sono
psicopatici o psicotici, né è stato fatto loro il lavaggio
del cervello» dice lo psicologo inglese Andrew Silke
dell'Università del Leicester, esperto nella psicologia
degli attacchi suicidi. «Sia i kamikaze giapponesi sia i
fanatici islamici contemporanei» continua Silke «
nutrono un odio per gli U.S.A., una superpotenza mondiale
che, ai loro occhi, minaccia le loro radici, la loro cultura
e la loro religione. Ad entrambi era ed è promesso il
martirio e benefici tangibili nell'aldilà. Ai kamikaze
giapponesi si diceva che le loro anime avrebbero trovato
posto nel tempio sacro di Yasukuni. Ai volontari islamici,
oggi, si racconta che si risveglieranno in paradiso,
circondati da 72 vergini disposte a soddisfare ogni loro
desiderio». Solo un mese prima dell'attacco agli U.S.A. la
Bbc riferiva che la
Jihad islamica aveva
aperto una "scuola estiva" per martiri, dove s'insegna a
ragazzi tra i 12 e i 15 anni non solo che è bene uccidere,
ma anche che è bene morire. «Insegniamo che le bombe suicide
sono la sola cosa che veramente spaventa gli israeliani.
Inoltre spieghiamo che abbiamo diritto di fare questo e che
dopo l'attacco suicida il martire che l'ha compiuto va al
più alto livello del paradiso» diceva uno del "maestri". |
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[...]
Insegniamo che le bombe suicide sono la sola cosa che
veramente spaventa gli israeliani. Inoltre spieghiamo che
abbiamo diritto di fare questo [...]
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«Né i kamikaze né i terroristi
islamici sono pazzi» spiega Silke. «Sono semplicemente
arrabbiati, disperati e fermamente decisi». La disperazione,
dunque, è quasi sempre una delle cause di atti così
terribili. I giapponesi, non a caso, decisero di ricorrere
alla tattica del kamikaze solo quando diventò chiaro che
stavano perdendo la guerra. E la disperazione creata dalle
campagne militari contro popoli musulmani in Bosnia,
Albania, Cecenia, Iraq e Palestina potrebbe spiegare perché
in molti paesi islamici il terrorismo suicida possa essere
considerato un sistema di difesa praticabile, nonostante il
Corano affermi che chi si toglie la vita finisce
all'inferno.

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Anche persone pacifiche sono arrivate a sacrificare se stesse
per disperazione. Ma il loro gesto era di tutt'altro genere:
volevano sì sollevare un problema, segnalare un'ingiustizia,
ma a differenza dei kamikaze, non miravano a distruggere
bersagli militar né, a differenza dei terroristi, ad
uccidere innocenti: nel 1963 per contestare le repressioni
antibuddiste del governo vietnamita, alcuni bonzi buddisti
decisero di attirare l'attenzione mondiale con un gesto
tragico. Poiché non potevano dimostrare violentemente, in
quanto la regola religiosa lo proibisce, si diedero fuoco. E
nel 1969, a Praga, lo studente Jan Palach, sull'esempio dei
bonzi, si cosparse di benzina e si diede fuoco per
protestare contro l'occupazione sovietica.
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TRE
RAGIONI PER MORIRE |
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Analizzando
tutti i casi storici in cui ha fatto la sua comparsa la
figura del guerriero suicida, si possono identificare
essenzialmente tre famiglie di kamikaze:
1. IN
NOME DI UNA SOPRAVVIVENZA SUPERIORE
è il caso dei
kamikaze giapponesi ma anche quello espresso dal fanatismo
islamico: il guerriero è disposto a morire per garantire la
sopravvivenza alla sua nazione o alla sua fede religiosa: un
valore considerato " più alto" della vita. Spesso c'è anche
la promessa di una ricompensa divina in una vita futura.
2. IN
NOME DI UNA AUTORITA' SUPERIORE
Il suicida è
plagiato da una figura carismatica (per esempio il Vecchio
della Montagna): viene convinto che l'obbedienza agli ordini
è un valore superiore alla vita stessa. Con lo stesso
meccanismo psicologico si possono spiegare anche alcune
atrocità compiute dalle forze armate di regimi didattoriali.
Spesso, per tacitare l'istinto di sopravvivenza, chi
"obbedisce" fa ricorso a droghe.
3. IN NOME DI UN PRINCIPIO MORALE SUPERIORE
è il caso dei
samurai che si suicidano per difendere l'onore, o di chi si
da fuoco per protestare contro l'autorità. Ma anche quello
dei guerrieri, come i " dog soldiers", che si votano al
combattimento estremo: non necessariamente vogliono morire,
ma sono disposti a farlo. è un atteggiamento che si può
sviluppare solo in presenza di un rigido codice morale.
M.G.
L'atto
di darsi la morte, ricorrente in ogni società fin dai tempi
più antichi. La considerazione di tale gesto è mutata nei
secoli quanto la frequenza del gesto stesso e le sue
modalità di attuazione. Gli antichi filosofi greci
consideravano il suicida un disertore dalla vita, e la
legislazione ateniese ne esponeva pubblicamente la salma al
vilipendio della cittadinanza. L'influenza dello stoicismo
indusse gli antichi romani a considerare il suicidio
un'azione legittima, talvolta ritenuta degna d'onore. Per
Seneca
era espressione di estrema libertà. La religione
ebraica negava invece al suicida gli onori funebri, mentre
fin dalle origini il cristianesimo lo condannò. Nel Medioevo
cristiano si confiscavano addirittura i beni dei suicidi, e
alle loro salme veniva negata una degna sepoltura. Ancora
oggi il cristianesimo, l'ebraismo e l'Islam condannano il
suicidio.
In alcuni casi, invece, questo atto assume una funzione
rituale. In Giappone, ad esempio, fino alla metà del XX
secolo, chi si riteneva colpevole di un torto o veniva meno
ai propri doveri praticava l'harakiri, il suicidio
rituale, squarciandosi il ventre con una lama, secondo una
cerimonia consolidata dalla tradizione. In India, invece,
fino all'Ottocento veniva considerato un dovere il suttee,
crudele rito in cui le vedove erano arse vive con i cadaveri
dei loro mariti durante la cerimonia della cremazione. Nel
1897 Emile Durkheim propose di analizzare il suicidio come
fenomeno sociale oltre che come atto individuale, e lo
classificò in tre tipologie (suicidio egoistico, altruistico
e anomico), ciascuna delle quali determinata da precisi
fattori.
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